Inutile negarlo, la Finalina per il terzo posto di questa sera non è nemmeno un antipasto di quello che è l’unico vero atto conclusivo di un mondiale: la finalissima che si giocherà domani tra olandesi e spagnoli. Simone Salvador ci illustra e racconta alcune delle chiavi tattiche del match che chiuderà Sud Africa 2010.
“Olanda-Spagna è la finale giusta? Sì, perché la Spagna piace per il suo gioco, mentre l’Olanda è l’unica ad aver vinto tutte le partite”. Basterebbe questa risposta di Johan Cruijff nell’intervista rilasciata oggi alla Gazzetta per descrivere il perché Spagna-Olanda sia il giusto atto finale del Mondiale 2010.
Il nome di un giovanissimo brasiliano semisconosciuto, all’interista può ricordare tre cose: 1) il mitico Caio, un bidone finito a fare il modello, e comprato al posto di 2) Ronaldo, lasciato libero di andare al PSV quando giocava al Cruzeiro (quindi di andare al Barça quando giocava al PSV… per pagarlo alla fine dieci volte tanto) e 3) Kakà, lasciato misteriosamente al Milan dopo essere stati a un passo dal prenderlo. Non aggiungo all’elenco Gilberto e Vampeta perché alla cattiveria c’è un limite. Ringraziando Mazzola e Suarez, dal Brasile sull’Inter sono piovute solo le “sole” mentre quelli buoni finivano sistematicamente altrove.
La seconda finalista è la Spagna del monoculturalismo, la Spagna di gente che di nome fa Pedro, Sergio, Carlos, Andres, David, Fernando. La Spagna che anche se non ha mai vinto un Mondiale, se lo meriterebbe molto più di un’Olanda troppo fortunata. La seconda finalista è la Spagna, quindi. E la Spagna è, forse, l’unica nazionale dalla quale nessuno può imparare niente, in termini di gioco, essendo schierata e concepita per essere il miglior involucro possibile per quei specifici undici giocatori in campo.
CASILLAS, Iker. 27 anni. Portiere della Spagna e del Real Madrid. Detto San Iker. I telecronisti si riferiscono spesso alle sue apparizioni e ai suoi miracoli. Lui non si è mai montato la testa. “Non sono San, sono soltanto Iker”, recita una delle sue frasi famose. Un’altra dice: “Non sono galactico, sono di Mostoles”. Mostoles è la cittadina dov’è nato, a 30 km da Madrid, sede di una grande scuola di polizia. “Mio padre è un poliziotto, mia madre una parrucchiera”, aggiunge un’altra sua nota dichiarazione di modestia.
Al Soccer City Stadium – nei primi 45 – era stato il festival dello Jabulani, con palloni ubriachi in volo e pessimi battesimi delle loro traiettorie da parte di Muslera e Stekelemburg. Più colpevole il secondo del primo, comunque. E così si era andati al riposo sull’1-1 e si era arrivati a quel certo punto del secondo tempo di cui dicevo in attacco di pezzo. Un punto situato tra il 50esimo e il 70esimo, quando l’Uruguay sulle ali del pareggio, dell’entusiasmo e dei polmoni instacabili di gente tipo Gargano sembrava – anzi, “de facto” era – la squadra più in palla sul terreno, gli olandesi non facevano “due passaggi, due” e la distanza tra i loro reparti era immensa; il momento in cui in tanti abbiamo pensato: “macché, davvero l’Uruguay va in finale?”
ABREU, Sebastian Washington. 34 anni. Attaccante (di riserva) dell’Uruguay. Detto “El Loco”. Praticamente è quella specie di hippie indios che ha spazzato via «le speranze di un continente» all’ultimo rigore contro il Ghana. Un cucchiaio ben fatto, che un po’ ci ha ricordato quello di Totti all’Olanda, ma molto meno cazzone di così. L’Uruguay è un museo del calcio (l’ha detto Beccantini e mi accodo), e ogni gesto, ogni faccia, ogni gol della Celeste vale un libro di storia. Così per il cucchiaio del Loco, circonfuso di una necessità epica, più o meno. Un museo che tra l’altro per via di lontane parentele, oriundi e altre curiosità (il Penarol si chiama così per via del quartiere Pinerolo di Montevideo) un po’ appartiene anche a noi italiani, e diciamolo.
La Finalina: Germania – Uruguay
Si sapeva che le Finaline, quelle in cui si gioca per il minimo della gloria sono spesso, anzi quasi sempre – più belle e divertenti delle Finali in cui la posta in palio blocca la strada allo spettacolo.
Certo, come diceva bene Arrigo Sacchi “un gol è un errore della difesa”, e di errori in Uruguay – Germania se ne vedono molti; ma pure uno dei più bei gol del Sud Africa: la semirovesciata schiacciata a terra di Diego Forlan a coronamento di un mondiale di prima grandezza per “El Cachabacha” e per tutta la Celeste che forse ieri avrebbe meritato qualcosa in più sul piano delle occasioni.
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