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La delusione arancione vista da Amsterdam

Gli olandesi ci credevano seriamente che stavolta la coppa del mondo se la sarebbero portata a casa loro. Alla faccia del polpo Paul e del malocchio da finale che ha scacciato la vittoria oranje così tante volte in passato: a giudicare dall’uniformità cromatica della città alla vigilia di Olanda-Spagna, ad Amsterdam si era in odore di rivincita. Mentre io ed altri non-olandesi già ci fregavamo le mani sperando nel secondo Koninginnedag dell’anno, gli spocchiosi abitanti delle house boat sui canali del centro mettevano le mani avanti alla notizia della parata celebrativa in caso di vittoria. Niente sfasci spettacolari stile ‘88 quindi, quando dopo il trionfo della nazionale contro l’Unione Sovietica una folla arancio-vestita, annebbiata da orgoglio calcistico e da troppe lattine di birra, aveva imperversato per le strade della capitale sovraffolando le case galleggianti ed affondandole per il troppo peso.

Certo, a nessuno piacerebbe avere la casa vandalizzata gratuitamente da un’orda di olandesi alticci dal cranio ingellato (con in più l’upgrade 2010 della vuvuzela), ma d’altro canto se vi è mai capitato di passare davanti a quelle casette (che paiono abitate esclusivamente da architetti ed interior designer affermati dal piglio new age) l’apocalittica visione della loro magione ribaltata, con le statuette di Buddha, le amache, e gli incensi a mollo nel canale, non può non strappare almeno un mezzo sorriso. Ma a parte cinismi vari, qua ad Amsterdam si pensava già al dopo e sembrava non ci fosse persona o luogo che non fosse in qualche modo marchiato da striscioni o gadget arancioni, se possibile con lo slogan HUP, HOLLAND, HUP stampato sopra.

LA PARTITA

La mia finale è iniziata verso le cinque e mezza ad Albert Heijn (l’Esselunga di Amsterdam, che ha una specie di sinistro monopolio in giro per la città), dove io e la mia ragazza siamo andati a prendere qualcosa da bere e degli snack prima di andare a vedere la partita. In pieno stereotipo olandese mangiapatate di Van Gogh, lo scaffale delle patatine era desolatissimo, tipo situazione pre-guerra e/o uragano. La cosa divertente è che poi, prima della fine della giornata, ho scoperto dove era finito tutto l’albertame di cui sopra.

La partita l’abbiamo vista al W139, una specie di centro d’arte dove i gestori hanno allestito un mini-stadio in legno in occasione dei mondiali, con tanto di spillatrice per la birra. La location era l’ideale per evitare la situazione Museumplein, dove la mia bassa statura italica mi avrebbe costretto a stare in piedi, con la visione della partita ostruita da una foresta di olandesi sopra il metro e novanta. Considerando l’affollamento ed il prevedibile aleggiare di fumi di varia natura, al W139 c’era un caldo insopportabile, ma almeno la partita si vedeva bene e l’atmosfera era festosa (immaginatevi quanto può rimbombare una vuvuzela pompata a mille dalle guance paonazze di un supporter oranje in un luogo chiuso delle dimensioni della vostra palestra delle medie). C’è stato un boato quando sul megaschermo hanno fatto vedere una potentissima immagine aerea di Museumplein: un lago arancione infuocato come napalm, una commovente convinzione cromatica (scusate l’allitterazione) che si riscattava in pieno della pacchianità dei blazer sfavillanti dei tecnici olandesi. Sulla folla è stata anche fatta piovere una nuvola di vermicelli pelosi, dei gadget arancioni che forse vincono il contesissimo award di oggetto più stupido del mondiale.

Il match non lo sto a descrivere più di tanto 1) perchè tanto l’avete visto, 2) perchè sono calcisticamente ignorante e 3) perchè l’immersione in un’olandesità così profonda chiaramente sfasa il mio giudizio. Due osservazioni però: pur nella mia abbacinante assenza di spirito tattico ho notato un nervosismo nell’Olanda che alla fine non ha pagato, complice anche un arbitro dal cartellino facile che s’è pure scordato un calcio d’angolo in nostro favore (capito, dopo la vergognosa Italia di Sud Africa 2010 uno che segue il calcio ogni quattro anni come me fa in fretta ad affezionarsi ad un’altra squadra…).

LA DELUSIONE

Ad ogni modo, a partita finita la calma e la tristezza sulle facce degli olandesi era abbastanza deprimente. Io speravo nella festa, nell’ebrezza collettiva, in flotte di barconi carichi di tifosi e di olandesi discinte sui canali. Ed invece niente. Usciti dal W139 l’idea era di andare a Museumplein a vedere che succedeva, e camminando per il centro abbiamo incrociato una fiumana di facce più o meno lunghe, interrotta da qualcuno che era riuscito a tagliare il traguardo dell’ottava Grolsch (la Moretti/Peroni olandese) prima dello scoccare del 117esimo e se la gridava quasi come se avesse vinto.

Chi andava in giro comunque a festeggiare però c’era, ed una cosa che ho notato è che di fatto i tifosi olandesi non si limitano al “diafano standard”, ma c’è tutto uno spettro di colori (Curacao, Suriname, Antille, etc) provenienti dalle ex colonie, che tra l’altro pompano talenti nella nazionale da anni e creano anche un po’ di varietà tra i supporter. Niente balli caraibici per tirare su il morale, però almeno una piacevole eterogeneità a mostrare una partecipazione trasversale. Nonostante Amsterdam sia una città parecchio internazionale, l’entusiasmo per il mondiale pare abbia coinvolto un po’ tutte le varie nicchie e nicchiette etniche, sociali, culturali e sessuali, o almeno questa è l’impressione che ho avuto io.

Prima di arrivare a Museumplein io e la mia ragazza siamo stati dirottati da degli amici al Prik di Spuistraat e poi al Trut. Il primo è un bar decisamente gay davanti al quale una folla festeggiava un compleanno con champagne e Prosecco alla spina (che a quanto pare è una costante dei locali gay di Amsterdam, ho scoperto ieri), il secondo è un club lesbo dove c’era un dj set. Anche in questi contesti l’arancione era abbastanza presente, in forma di magliette ed accessori vari.

Di ritorno a casa siamo finalmente passati da Museumplein, dopo l’apocalisse. Lo scenario era tipo emergenza rifiuti a Napoli: buste della spesa del caratteristico azzurro dell’Albert Heijn e vuvuzela contorte punteggiavano il prato, ormai reso irriconoscibile da cumuli di lattine e dai rimasugli di quegli snack che non avevamo trovato sugli scaffali nel pomeriggio. A testimoniare che pure le istituzioni culturali di profilo più alto del W139 facevano il tifo, c’era una scrittona gigante che faceva gli auguri agli oranje persino sul muro del Van Gogh Museum.
Mentre facevamo delle foto uno dei netturbini seduto di fianco a noi si fumava una sigaretta con una flemma che denunciava una certa rassegnazione. Il suo sguardo diceva abbastanza chiaramente: “Non mi passa più”. Qualche mese fa, dopo Queen’s Day gli spazzini di Amsterdam hanno scioperato, e la città è rimasta a rosolare nella propria monnezza per un paio di settimane. Ma stavolta mi sa che gli è toccato pulire.

Mi spiace che l’Olanda non abbia vinto. Non tanto per gli spocchiosi proprietari delle house boat, quanto perchè alla fine ci stava anche che si portassero a casa qualcosa. Per esempio, oltre alle due coppe mondiali perse in finale prima di quest’anno, mi ricordo personalmente quella degli Europei che gli abbiamo soffiato noi, soffrendo tantissimo con Toldo che ci ha salvato non so quante volte, ed alla fine il money shot di Totti che gli ha fatto pure er cucchiajo. Chiaro ai tempi c’avevo goduto, ma a vederla dalla loro prospettiva posso capire una certa frustrazione.

LA PARATA SUL FIUME

Che poi frustrazione o meno, gli olandesi (che alla fine pare siano abbastanza sportivi, o forse gli piace bere e basta) la parata l’hanno organizzata lo stesso. Ieri sono andato ad inseguire il barcone con sopra la nazionale dalla sua partenza ad Oosterdok e poi giù per Herengracht (sì, proprio il canale del centro dove galleggiano le case vacanza degli interior designer danesi, preventivamente recintate) fino a Museumplein. Tra magliette, vuvuzela, caschetti, cappelli, laccetti e portachiavi vari c’era almeno tanto arancione quanto a Koninginnedag, ed il flusso umano era altrettanto scrosciante. Pareva che gli oranje alla fine la coppa l’avessero vinta, che il gol di Iniesta fosse stata solo un’interferenza nel segnale TV.

Nella grande piazza dei musei c’è stata la cerimonia vera e propria, con giocatori e non (c’era pure Frank De Boer) in piedi a ballare sulla techno di DJ Armin van Buuren, che tanto piace da queste parti. Heineken a fiumi e biondine danzanti. L’umore s’è decisamente sollevato rispetto a due sere fa.

Ho poi finalmente capito cos’erano tutti quei “Bertje!” a sfondo arancione che vedevo scritti ovunque in questi giorni, persino gigante su tutta la facciata dell’Heineken Museum. Si tratta di Bert van Marwijk, il CT olandese, che adesso è talmente amato in patria che la Heineken ha fatto stampare non so quante magliette e gadget con su scritto il suo nome, in un affettuoso diminutivo. Ma…ve le immaginate da noi le magliette “Marcellino!”?


8 Comments

  1. Simone
    Posted July 14, 2010 at 10:05 am | Permalink

    Mi dispiace per gli olandesi, il loro movimento calcistico merita un Mondiale ad honorem.

  2. Graz
    Posted July 14, 2010 at 11:26 am | Permalink

    non riesco a capire come l’olanda non abbia mai vinto un mondiale… se qualcuno me lo spiega con pazienza gliene sarò grato.

  3. Paolo
    Posted July 14, 2010 at 2:05 pm | Permalink

    @Graz
    Due volte hanno perso la finale contro la squadra di casa (in Argentina se fossero andati in vantaggio sarebbero finiti desaparecidos pure i giocatori).
    Per quanto riguarda quest’anno…mah…chiaro che se Robben la mette dentro sullo 0-0 a 20′ dalla fine…il calcio è così. L”unica Olanda che meritava davvero secondo me era quella del ‘74. Questa mi ricordava, come struttura, quella della fine degli anni ‘80,campione d’Europa. Là c’erano tre fuoriclasse (Gullit,Van Basten,Rijkaard) e otto falegnami. Qui c’erano due ottimi giocatori (Snejder e Robben) e nove carpentieri…

  4. Simone
    Posted July 14, 2010 at 2:11 pm | Permalink

    Credo che quella di Graz fosse una domanda retorica. Ma forse, se Rensenbrink avesse messo dentro quel pallone piuttosto che stamparlo sul palo nel ‘78, staremmo a parlare di un’altra storia. Fatto sta che la patria di Cruijff e Van Basten ha ancora zeru tituli mundiali.

  5. Graz
    Posted July 14, 2010 at 2:26 pm | Permalink

    Oltre ad essere una domanda retorica era anche una domanda con lo scopo di sapere come fossero andate le cose nel 74 e nel 78.
    Comunque reputo incredibile questo deserto di tituli per l’olanda.

  6. Simone
    Posted July 15, 2010 at 8:29 am | Permalink

    Inghilterra 1 – Spagna 1 – Francia 1 – Olanda 0…
    non mi sembra una statistica così improbabile per uno stato che ha meno di 1/3 degli abitanti delle altre tre nazioni (ed Inghilterra e Spagna vivono il calcio con intensità paragonabile agli Oranje).

    Sono Brasile e Italia ad averne davvero tante.

  7. Simone
    Posted July 15, 2010 at 9:43 am | Permalink

    @Simone: si trova strano il fatto che comunque l’Olanda è calcisticamente forte, e ha dato i natali ai due più grandi calciatori europei di sempre, Cruijff e Van Basten.

    (P.S.: Dovremmo fare qualcosa per distinguerci, dato che oltre ad avere lo stesso nome mi sembra che siamo entrambi interisti, il che può suscitare qualche problema)

  8. teodorino
    Posted July 15, 2010 at 2:24 pm | Permalink

    uno di voi dovrebbe firmarsi “Simo82″

One Trackback

  1. [...] Football Blog riguardo al rosicamento oranje, anche se non so niente di calcio. Lo potete leggere qui. Commenti [...]

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